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giovedì 8 marzo 2012
Mille cifre decimali per la radice di due. Anzi un milione.
Non tutti i numeri sono razionali.
Ci sono numeri famosi che non sono rappresentabili come frazioni: c'è il famoso Pi greco, o il numero e di Nepero. Ma il più antico irrazionale è quello pitagorico: la radice quadrata di 2.
Ho proposto ai miei studenti della seconda classe del corso Costruzioni Ambiente Territorio di Città di castello di trovare le prime cento cifre decimali di questo numero per verificare che non vi sono ripetizioni, ovvero che radice di due non è un numero decimale periodico. Confermando poca curiosità, nessuno ha svolto il compito assegnato.
Mi sembra necessario precisare qui il risultato (reperibile su Internet), per sfregio ovviamente ne indico mille:
1.4142135623 7309504880 1688724209 6980785696 7187537694 8073176679 7379907324 7846210703 8850387534 3276415727 3501384623 0912297024 9248360558 5073721264 4121497099 9358314132 2266592750 5592755799 9505011527 8206057147 0109559971 6059702745 3459686201 4728517418 6408891986 0955232923 0484308714 3214508397 6260362799 5251407989 6872533965 4633180882 9640620615 2583523950 5474575028 7759961729 8355752203 3753185701 1354374603 4084988471 6038689997 0699004815 0305440277 9031645424 7823068492 9369186215 8057846311 1596668713 0130156185 6898723723 5288509264 8612494977 1542183342 0428568606 0146824720 7714358548 7415565706 9677653720 2264854470 1585880162 0758474922 6572260020 8558446652 1458398893 9443709265 9180031138 8246468157 0826301005 9485870400 3186480342 1948972782 9064104507 2636881313 7398552561 1732204024 5091227700 2269411275 7362728049 5738108967 5040183698 6836845072 5799364729 0607629969 4138047565 4823728997 1803268024 7442062926 9124859052 1810044598 4215059112 0249441341 7285314781 0580360337 1077309182 8693147101 7111168391 6581726889 4197587165 8215212822 9518488472 08969 ....
Per i più curiosi, sul sito della NASA (agenzia spaziale degli Stati Uniti d'America) è possibile leggerne un milione.. ecco il link: http://apod.nasa.gov/htmltest/gifcity/sqrt2.1mil
mercoledì 28 dicembre 2011
La matematica nel “doppio ritratto” di Luca Pacioli
La
matematica nel “doppio ritratto” di Luca Pacioli
Diamo un'occhiata agli oggetti sul
tavolo.
1) Il volume chiuso: la Summa.
Si tratta di un dodecaedro in legno
appoggiato su un ponderoso volume con la scritta L[IBER] R[EVERENDI]
LUC[AE] BUR[GENSIS] facilmente identificabile con la Summa de
aritmetica geometria pubblicata a Venezia nel 1494.
I volumi che uscivano dalle stamperie
non necessariamente avevano una legatura, di solito le copie
destinate ad un uso più diretto, come ad esempio quelle per
l'autore, restavano rilegati soltanto con una semplice carta
pergamena, mentre le copie per i personaggi più importanti venivano
confezionate in modo ben più lussuoso. Quindi la ricca legatura
indica quasi certamente che non si tratta della copia del Pacioli, ma
della copia donata al duca, o al personaggio ritratto. I volumi che
uscivano dalle stamperie non avevano legatura, le legature quindi
potevano essere le più semplici in carta pergamena o ricchissime
come vediamo qui.
La Summa porta la dedica a
Guidubaldo da Montefeltro e questo è un buon argomento a favore
dell’identificazione del personaggio col duca urbinate. Sempre
nella Summa troviamo una notizia che riguarda Guidubaldo, cioè
che Pacioli nel 1489 aveva donato al duca modelli dei cinque solidi
regolari: quindi la Summa e il dodecaedro stanno lì a
indicare la comunanza culturale tra il duca e il frate di
Sansepolcro. In realtà nello stesso passo della Summa,
Pacioli dice di aver donato solidi regolari e semiregolari a Pietro
de’ Valentari da Genova vescovo di Carpentras, lasciando aperta la
questione.
2) Il volume aperto: gli Elementi.
Il libro aperto è una copia della
prima edizione degli Elementi di Euclide, Venezia 1482,
l’unica edizione a stampa disponibile all’epoca.
Diversamente dall’altro volume non
presenta una legatura particolare perché, evidentemente si tratta
della copia del Pacioli. Lo si vede, e il pittore lo vuole far
capire, perché riproduce anche le notazioni a margine che non ci
sono nelle copie standard. Va notato che nel 1509 Pacioli pubblica a
Venezia una sua edizione degli Elementi, nel 1495 (anno di
presunta realizzazione del ritratto) ci stava lavorando sopra.
Il testo è aperto a una pagina precisa
e facilmente individuabile, quella con la proposizione VIII del libro
XIII: il quadrato del lato del triangolo equilatero inscritto in una
circonferenza è tre volte il quadrato del semidiametro della
circonferenza. Sotto inizia la proposizione IX: la sezione aurea del
semidiametro di una circonferenza è il lato del decagono regolare
inscritto in essa. L’indice del Pacioli è puntato sull’inizio
della proposizione VIII. Questa è la proposizione in causa.
Considerando l’estrema e voluta cura
con cui il dipinto è eseguito, si nota che la copia degli Elementi
è raffigurata aperta a metà circa, mentre nel libro vero la
proposizione VIII, libro XIII, sta a soli 20 fogli dalla fine: sembra
insomma che nel volume del Pacioli ci fosse un altro testo rilegato
assieme agli Elementi.
3) La lavagnetta.
La presenza della lavagnetta, assieme
al gesso e al cancellino, indica che siamo in piena lezione di
matematica. Nel bordo della lavagnetta è scritto EUCLIDES, sulla
lavagnetta è tracciata una figura geometrica, dei segmenti, dei
numeri.
Partiamo dalla figura geometrica. Si
riferisce chiaramente alla figura che accompagna la proposizione
VIII, ci sono i dati essenziali dell’enunciato cioè la
circonferenza, il semidiametro, il triangolo equilatero inscritto; la
costruzione per la dimostrazione sparisce, ma c’è in più una
linea che parte dal vertice superiore del triangolo e rimane come
sospesa. La domanda è se la figura tracciata da Pacioli è completa,
o se Pacioli l’ha lasciata incompleta volutamente, sfidando chi
guarda a capire.
Sembra che la figura geometrica
tracciata sia incompleta perché Pacioli è colto nel mezzo, e non
alla fine, di una enunciazione.
Se questa interpretazione è corretta,
il quadro diventa una sfida matematica, ovvero, nel pieno spirito del
Pacioli, propone un problema da risolvere, lancia una sfida.
Con una mano Pacioli indica una
proposizione degli Elementi mettendoci in condizione di
identificarla, mentre con la bacchetta indica il segmento tracciato
solo in parte, manca solo la sua voce per dire: e adesso come andiamo
avanti, come mettiamo insieme queste cose, che c’entrano?
Questo è un significato del quadro che
ha le funzioni di ritrarre personaggi illustri, di squadernare un
mondo matematico, di coinvolgere in questo mondo matematico,
proponendo qualcosa d’intrigante, di enigmistico si potrebbe dire.
Proviamo a risolvere il quesito
proposto. Se la linea è incompleta dove va a finire? Ritengo che
debba terminare sulla circonferenza. Certamente la linea incompleta
non finisce nella parte di circonferenza sotto il diametro.
L'ambiguità dovuta al fatto che la circonferenza è vista di
scorcio, lascia aperte due possibilità: il punto della circonferenza
dove termina il segmento incompleto è il punto X dove il
semidiametro DX perpendicolare al diametro AE,
interseca la circonferenza, oppure termina su un punto della
circonferenza più in alto.
4) Prima ipotesi.
Se cade dove cade il diametro, allora
la linea, una volta completata, è il lato del quadrato inscritto
nella circonferenza. Questa mi pare un’ipotesi dotata di buone
ragioni. La prima ragione è la semplicità. Come dice la
proposizione VIII, libro XIII il quadrato del lato del triangolo è
tre volte il quadrato del semidiametro, è una relazione tra il
semidiametro e il lato del triangolo inscritto. Immediato sarebbe
pensare a una relazione tra il semidiametro e il lato del quadrato
inscritto. Da cui si ricava facilmente la relazione tra i lati del
triangolo e del quadrato inscritti nella medesima circonferenza. Se
il quadrato del lato del quadrato è uguale al doppio del quadrato
del semidiametro, allora vale la relazione che il quadrato del lato
del quadrato è i 2/3 del quadrato del lato del triangolo equilatero.
L’ipotesi trova a mio parere una
conferma indiretta dal calcolo numerico sempre sulla lavagna in basso
a destra: 478 + 935 + 621 = 2034.
Conoscendo Pacioli è difficile che i
numeri siano stati presi a caso. A un primo esame non si tratta di
numeri particolari, ad esempio non sono numeri perfetti, numeri
amici, numeri di Fibonacci, ecc. E nemmeno di un quadrato magico.
L’unica diciamo armonia che ho trovato è la seguente: se 621 è il
perimetro di un triangolo equilatero di lato 207, allora 478 è il
perimetro del quadrato costruito sul raggio della circonferenza.
Ovvero nella VIII, XIII Euclide geometra mette in relazione le
superfici, mentre Pacioli che è anche aritmetico e algebrista mette
in relazione numerica casi specifici di perimetri secondo l’uso
dell’ambiente della matematica pratica, ovvero matematica
abachistica, di trattare sempre specifici casi numerici. Anche i tre
segmenti disegnati nell’angolo in alto a sinistra della lavagna
acquistano un senso, rappresenterebbero le tre grandezze in gioco: il
semidiametro, il lato del quadrato e il lato del triangolo
equilatero.
Un ultimo indizio a favore di questa
ipotesi è che il rombicubottaedro appeso è formato da quadrati e da
triangoli equilateri.
5) Seconda ipotesi.
L’altra ipotesi è che il segmento
incompleto cada prima del semidiametro. A mio parere le possibilità
sono due: o il segmento è il lato di un pentagono regolare
inscritto, o cade in un punto speciale che dà luogo a un rapporto
aureo tra i segmenti.
In ordine di plausibilità dopo
l’ipotesi del quadrato a mio parere viene quella del pentagono,
cioè della ricerca delle stesse relazioni di cui sopra, ma tra il
triangolo e il pentagono inscritti nella stessa circonferenza. Il
rapporto tra i quadrati dei rispettivi lati è (5 - √5)/6 che non è
poi più complicato del rapporto della sezione aurea che è (√5 –
1)/2. Teniamo conto che l’altro poliedro è il dodecaedro formato
da 12 pentagoni e che la successiva proposizione IX riguarda proprio
la costruzione del pentagono regolare.
6) Altre ipotesi.
Com'era consuetudine nei testi
dell'epoca, il cerchio non indica una figura piana ma una figura
solida cioè una sfera; il punto di caduta è individuato dividendo
il diametro della sfera in tre parti uguali AH, HK, KE
e mandando da H la perpendicolare ad AE che intercetta
un punto X sulla sfera. Il segmento AX così ottenuto
ha la proprietà di essere lo spigolo del cubo inscritto nella sfera,
e la sezione aurea di questo spigolo è lo spigolo del dodecaedro
inscritto nella medesima sfera. È la proposizione XVII del libro
XIII degli Elementi.
Un’ulteriore ipotesi, senz'altro più
remota perché poco coerente con il contesto del quadro, è sempre
sulla sezione aurea.
Il segmento incompleto, e incompreso,
cade in un punto della circonferenza individuato mediante la
costruzione tipica della sezione aurea. Ovvero AG = AE
e tra loro perpendicolari, si congiunge poi G col centro della
circonferenza D individuando X sulla circonferenza. Si
unisce poi X con E. Vale un rapporto aureo tra i
segmenti così ottenuti:
(AX
+ XE) : XE
= XE : AX.
Questa è una delle proprietà della
sezione aurea che Pacioli elenca nella Divina proportione,
tuttavia mi pare poco per credere che sia questo il caso in
questione.
Infine potrebbe essere che Pacioli ci
sfida a trovare un’altra dimostrazione della proposizione VIII
libro XIII, diversa dalla dimostrazione euclidea. Dato il personaggio
non è da escludere al cento per cento.
martedì 27 dicembre 2011
LEONARDO E I PROBLEMI CLASSICI DELLA GEOMETRIA
Propongo la mia traduzione con adattamento di un interessantissimo articolo di Sylvie
Duvernoy che ho reperito in lingua inglese, con il titolo “Leonardo and Theoretical Mathematics”. La resa linguistica è senz'altro da migliorare, ma il contenuto mi sembra chiaro.
Giuseppe
LEONARDO E I PROBLEMI CLASSICI DELLA GEOMETRIA
La dimostrazione è la seguente: se le due prime linee dritte (A e B) sono assemblati per formare due lati adiacenti di un rettangolo, un righello deve essere posizionato sul lato opposto vertice di quel parallelogramma, e girando attorno al perno così formato fino a che taglia in due linee che si estendono fuori dai lati iniziali del rettangolo in due punti equidistanti dal centro del rettangolo. L'equidistanza è verificata - e dimostrata – dal disegno dell'arco tracciato con un compasso il cui centro è posto al centro del rettangolo: il punto di intersezione delle sue diagonali. I valori dei due intervalli così ottenuto (X e Y) tra i lati del rettangolo ed i punti di intersezione saranno i due ricercati elementi proporzionali (fig. 7).
Giuseppe
LEONARDO E I PROBLEMI CLASSICI DELLA GEOMETRIA
§
1 Introduzione
L'incontro
con Pacioli segna una svolta nella vita di Leonardo per quanto
riguarda lo studio della matematica. Guidato dal suo maestro e amico,
ha iniziato uno studio sistematico di matematica teorica, attraverso
le pubblicazioni più recenti e contemporanea fino ad arrivare torna
ai testi classici della disciplina. E 'chiaro che, come ogni
scienziato del suo tempo, ha accuratamente studiato gli Elementi di
Euclide e si avvicina ai problemi della matematica greca. Abbiamo
a nostra disposizione un buon numero di trattati di architettura e
matematica prodotti nel Rinascimento, ma le ricerche preliminari
necessarie per la compilazione di quei libri sono andate tutte
perdute. Leonardo, invece, ha lasciato ai posteri una quantità
enorme di documenti manoscritti che possono essere considerati come
note preliminari per i testi mai pubblicati. Le sue note, anche se
confuse e un po ' disordinate, sono molto preziose perché
testimoniano il lavoro in corso e ci permettono di guardare
direttamente nella mente dello scienziato. Mentre nei trattati
definiti e pubblicati possiamo trovare solo le soluzioni di problemi
e le regole scritte in forma definita, nei manoscritti di Leonardo si
trovano numerose domande che l'autore si pone per giungere ad una
conclusione, a volte, dandoci preziose informazioni per quanto
riguarda il processo di ricerca matematica nel periodo
rinascimentale, che coprono un ampia gamma di approcci, dalla grafica
e l'aritmetica, di geometria e analisi.
§
2 La duplicazione del cubo
La
prima cosa che colpisce è come almeno due delle tre problemi della
geometria classica erano frequentemente presenti nella mente degli
scienziati del Rinascimento: la duplicazione del cubo e la quadratura
del cerchio.
Leonardo
dedicò molti sforzi per cercare di risolvere il problema della
duplicazione del cubo. Questo problema, secondo la leggenda legata ad
esso, è l'esempio più antico di una rapporto tra architettura e
matematica. La gente di Delos dovette affrontare un enigma
architettonico riguardante un monumento religioso. L'oracolo aveva
chiesto di costruire un altare ad Apollo due volte più grande di
quello precedente, che era di forma cubica. Ma quale dovrebbe essere
la dimensione del lato del cubo nuovo al fine di ottenere un cubo di
volume doppio rispetto a quello originale? Dopo un primo, sbagliato,
tentativo che consiste nel raddoppiare il lato del cubo, il problema
divenne da architettonico a matematico, dato che non avendo a
disposizione il calcolo algebrico di quantità irrazionali, la
questione restava aperta. La predilezione di Leonardo per questa
specifico problema deriva sicuramente dal suo evidente interesse per
la geometria tridimensionale e stereometria. I suoi molti sforzi per
risolvere il problema passano attraverso ingenui tentativi empirici,
fino allo studio di soluzioni classiche, seguendo i diversi tipi di
metodologie di ricerca scientifica.
§
2.1 Un approccio grafico: Codice Arundel, foglio 283v.
Leonardo
si chiede se ogni tipo di semplice estensione da due a geometria
tridimensionale esiste (fig. 1). Può il teorema di Platone sulla
duplicazione del quadrato essere esteso alla duplicazione di il cubo?
È il volume di un cubo costruito da un doppio quadrato doppio del
volume di una singola unità cubo?
Se
la
diagonale di
un quadrato con
un lato di
1 è la
visualizzazione grafica di
la quantità
incommensurabile
della
radice quadrata
di due, è
la
diagonale di
un cubo con
un lato di
1 la
risposta grafica
al numero
irrazionale
pari
alla radice
cubica di 2?
Le
risposte è negativa.
La
diagonale del
cubo è
pari alla
radice quadrata di
3, e
non la radice cubica di
2, che
è un numero inferiore
alla radice
quadrata di 2.
§
2.2 Un approccio aritmetico:
Codice
Arundel, foglio 283v.
A
seguito di un'altra
idea, Leonardo poi cerca
di estendere il
teorema di Pitagora su
triangoli
rettangoli dai
quadrati ai
cubi. Se
la somma
dei quadrati dei
lati di
questi triangoli è
uguale al quadrato
dell'ipotenusa, si può
applicare lo
stesso principio
a cubi?
Prendendo l'esempio
più semplice, il
triangolo
3-4-5
(il
cosiddetto "triangolo
egiziano"),
il calcolo appare subito
deludente.
Più
in generale, c'è un
numero
di cubi
che
possono
essere divisi in la
somma di due
minori
numeri cubi?
Sarebbero
questi
tre numeri
portano
alla
scoperta di una
particolare famiglia di
triangoli? La risposta è
no. L'equazione
an
+ bn
= cn
non
ha una soluzione
in numeri
interi per
n >
2.
Ma
questo
teorema non
era ancora stata
dimostrato:
occorre attendere il 1753
quando
Leonhard
Eulero ha
dimostrato che
l'equazione a3
+ b3
= c3
non
ha soluzione.
E
la dimostrazione finale del
cosiddetto
"teorema di Fermat
terzo",
che è che
l'equazione generale
an
+ bn
= cn
non
ha una soluzione
per
n >
2,
è
stato data da
Andrew Weil
nel
1993.
§
2.3 Un approccio stereometrico:
Codice
Arundel fogli
223v
e
223r.
Altre
pagine testimoniano
uno
sforzo strenuo
per
risolvere il problema di
Delo secondo
un approccio
stereometrico.
Invece
di raddoppiare
il cubo di lato unitario,
Leonardo inverte
il
problema e
cerca di dividere un
cubo in
due più
piccoli e
uguali. Si
comincia
con un cubo
che si
divide in 27 piccole
unità -
che
è facile perché
è stato "fatto
da la
radice cubica di 27",
pari a 3 -, ma 27
è un
numero dispari le
cui quote non
possono essere
riorganizzate
in
due piccoli
uguali
cubi. Così,
Leonardo
prende
un altro cubo
composto
da 8 unità
piccoli
cubi
e
cerca di
capire come organizzare
quattro
di queste
unità in
una forma cubica.
Nel
frattempo, cerca di
scoprire
se esiste una relazione
direttamente
proporzionale tra
la superficie e
il volume di
un solido.
È
la superficie di
un solido
proporzionale
al
suo volume?
Questa
eventualità potrebbe
offrire una comoda
soluzione per
riportare il
problema dalla
geometria
a tre dimensioni a
quella bidimensionale,
ma capisce subito
che
l'idea è sbagliata.
La
conclusione negativa
si
accende sul
retro dello
stesso foglio,
che contiene
l'affermazione
"...
in
modo da non utilizzare
questa scienza
cubi in
base alla loro
superficie,
ma secondo
i
loro corpi, perché una
stessa
quantità è
diverse superfici di
valori infiniti
...
superfici
pari
non
sempre contengono corpi
uguali
... ".
Quindi, tornando
al cubo di 8
unità, Leonardo si
chiede: "se ho un
cubo fatto
di
otto cubi, l'ho
fatto da
la
radice cubica di
otto ...
se la
radice cubica di 27
è 3,
che è
la radice di 8? ".
§
2.4 Un altro approccio
aritmetico:
Codice
Atlantico, foglio 161r.
Trovare
un
valore approssimato per la radice
cubica
di
8, non avrebbe
risolto il
problema della
duplicazione
del cubo in ogni caso, né il
corollario
inverso,
la
sua divisione in
due. Solo
la
determinazione di un valore approssimato
della
radice cubica
di
2 avrebbe
dato una
soluzione a
questo problema di aritmetica
(fig.
3).
Occorre
notare che nei libri pubblicati matematica dei tempi di Leonardo (ad
esempio la Summa
de Aritmetica geometria proportioni e proportionalità
di Luca Pacioli, ecc ...), il valore di π era stato a lungo
considerato circa uguale a 22 / 7, e la radice quadrata di 2 quasi
equivalente a 7 / 5 (o 14/10), mentre le radici cubiche, che non sono
uguali a un numero tondo, come ad esempio la radice cubica di 27 o
64, non sono approssimata da una frazione, ma rimangono come "radice
cubica di x" e la gli autori non danno i valori stimati per
loro.
Leonardo
ha
raggiunto una
approssimazione
accettabile
per la
radice cubica di 2:
successivi
tentativi di calcolo
lo
portano a
concludere che un
cubo di
un 5 unità di lato
ha
volume
circa doppio rispetto a quello
di
un cubo di
un
4 unità laterali.
Tutto sommato 125/64
è
accettabile come una
buona approssimazione di
128/64
= 2.
Quindi
5/4 può quindi essere considerata una buona approssimazione della
radice cubica di 2, che può di conseguenza essere adottato da quel
momento in poi ai fini pratici come approssimazione della radice
cubica di 2 (fig. 4).
§
2.5 Un classico
approccio geometrico:
Codice
Forster I,
foglio
32.
Oltre
che ricercare
delle soluzioni per
la
duplicazione del
cubo, Leonardo
studiò
anche le
soluzioni classiche
dei matematici greci,
probabilmente sotto
l'egida
di Luca Pacioli, che era
uno
studioso di Euclide. La
prova di questo
può essere visto nella
interpretazione
accuratamente
disegnato
di
Apollonio
metodo per il problema
di Delo (fig.
5).
Ippocrate
di Chio aveva ridotto il problema della duplicazione del cubo a
quello di trovare due medie proporzionali tra due linee che
rappresentano due grandezze aritmetiche. Le tre risposte più famose
sono il lavoro di tre matematici dell'era platonica: Archita, Eudosso
e Menecmo. Queste soluzioni sono state seguite da molti altri, tra
cui uno attribuito a Apollonio che è particolarmente semplice sia
concettualmente che graficamente. Il metodo di Apollonio non è tra
le soluzioni classiche che cita Vitruvio nel suo trattato, e che
Barbaro ha illustrare nel suo commento di Vitruvio, aggiungendo la
proposta di Nicomede. Questo metodo è derivato da Euclide, e più
precisamente dal Libro II, ultima proposizione: da un rettangolo
dato, trovare un quadrato equivalente, o in senso opposto: da
un quadrato dato, l'equivalente rettangolo di avere un data base
(fig. 6).
La dimostrazione è la seguente: se le due prime linee dritte (A e B) sono assemblati per formare due lati adiacenti di un rettangolo, un righello deve essere posizionato sul lato opposto vertice di quel parallelogramma, e girando attorno al perno così formato fino a che taglia in due linee che si estendono fuori dai lati iniziali del rettangolo in due punti equidistanti dal centro del rettangolo. L'equidistanza è verificata - e dimostrata – dal disegno dell'arco tracciato con un compasso il cui centro è posto al centro del rettangolo: il punto di intersezione delle sue diagonali. I valori dei due intervalli così ottenuto (X e Y) tra i lati del rettangolo ed i punti di intersezione saranno i due ricercati elementi proporzionali (fig. 7).
In
accordo con la tradizione dei disegni matematici greci, il diagramma
disegnato da Apollonio per illustrare la sua dimostrazione è
estremamente schematica e bidimensionale: si rappresenta la
proiezione ortogonale parziale di volumi su un piano parallelo ad uno
delle loro superfici. Può essere considerato sia una vista dall'alto
- ichnographia
- o una vista frontale - orthographia.
Il rettangolo rappresentato nello schema è la superficie di un
parallelepipedo la cui profondità è uguale alla sua larghezza: un
prisma (non rappresentabile sulla figura a causa della sua
perpendicolarità al piano di disegno) a base quadrata e data
altezza. La dimostrazione di Apollonio può essere compresa con
l'aiuto della figura solo se il lettore è in grado di interpretare
correttamente, sostituendo le informazioni mancanti per quanto
riguarda la terza dimensione con un procedimento mentale che completa
il messaggio. Leonardo, durante gli studi e schizzi, ha aggiunto la
terza dimensione, trasformando la figura in una prospettiva
(assonometrica?) di disegno, al fine di facilitare la comprensione
(vedi fig. 5).
Il
disegno di Leonardo
mostrato
nel Codice Atlantico fol.
588
r
(fig. 8) illustra
il
caso in cui il
cilindro è
un cubo doppio,
e fa
una scoperta, quando nota
(probabilmente
per caso)
che BF
è uguale
a BE.
Ciò
implica che la
costruzione geometrica può
essere ridotta a una
manipolazione molto
semplice e veloce del
righello
(con i
più supporto leggero
di
una
compasso), e
rappresenta un
passo importante verso la
semplificazione delle soluzioni
di
questo problema, che ha ispirato
le
invenzioni più
sofisticate
e costruzione di pesanti
strumenti di disegno
meccanico
fin
dall'antichità. Il metodo
di
Leonardo permette
di saltare
prove
meccaniche di
Apollonio di
bilanciare la linea sul punto A,
e
contemporaneamente disegnare
un
arco con
centro in
M, che Leonardo
giudicata
imprecisa
e discutibile,
con un risultato che può
essere ottenuto solo
attraverso
il “faticoso
negozio”.
La
semplificazione permette
di diffondere e rendere popolare.
La
rappresentazione grafica
di questa quantità
sconosciuta
e incommensurabile
della
radice
cubica di
2 è
diventata facile
come –
per
esempio - la
costruzione di un
pentagono
inscritto
in un cerchio.
Ma
Leonardo ammette
di non
essere in grado di
costruire
una
teoria esplicativa della
sua ricerca
personale,
ed
è per questo che possiamo supporre che egli
ha
raggiunto in
modo del tutto empirico.
La dimostrazione
teorica non è
specialità
di Leonardo. L'indagine
e
la sperimentazione tendono
a fermarsi
quando una
scoperta è stata fatta,
nella
speranza e
la fretta di
fare altro.
La
didascalia accanto
alla figura nel
Codex Atlantico riportata
in fig. 8
dice: "Se tu mi
dici per
quale motivo il
diametro della
metà dei cerchio si
inserisce sei
volte nella
sua circonferenza
e
perché la
diagonale del quadrato
non è commensurabili al
suo fianco,
io
vi dirò
perché la
linea retta che
va dal superiore
vertice di
uno dei due
quadrati fino
al
centro
del quadrato secondo
ci mostra
la
radice cubica dei
due cubi
ridotta
in uno
solo ".
§
3 La quadratura
del cerchio
Leonardo
si
è anche prodigato nel tentativo di risolvere un
secondo
problema classico:
la
quadratura del cerchio. Un
giorno si afferma
anche
di
aver raggiunto una
soluzione: nel
Codice
di Madrid II,
foglio 112R leggiamo:
"la notte di
S. Andrea,
ho
finalmente trovato la
quadratura del
cerchio, e come la luce
della
candela e
la notte e
la carta su
cui ho
scritto stavano
arrivando ad
un fine, è stato
completato, alla fine
dell'ora
"...
ma la soluzione non
c'è ....
L'approccio
di
Leonardo alla
quadratura
del cerchio è
ovviamente ispirato
ad Archimede, anche
se non è
chiaro se è
per lettura
diretta o
solo
per conoscenza di
seconda mano. In
ogni caso, è rimasto
insoddisfatto
del rapporto
approssimativo tra il circonferenza e
il
diametro di
22
/ 7. Perciò
egli cerca
di prendere
questa
approssimazione al di là del
poligono
a
96 lati,
nel
tentativo di portare
la
differenza di
zone comprese tra cerchio
e poligono
ad
essere il più piccolo
possibile, pensando proprio al "punto matematico",
che,
da Euclide in poi, non ha
estensione.
Questa
ricerca genera
una
quantità enorme di
disegni che
mostrano una
varietà infinita di forme decorative
(il
meraviglioso Codice Atlantico,
fol.
471,
fig.
9).
La
ricerca geometrica si
trasforma in un
interminabile,
giocoso, gioco
di grafica.
Leonardo
voleva
scrivere e
pubblicare un
trattato in
modo da
rendere pubblica
la
sua scoperta, e
il suo titolo sarebbe
stato De
Ludo
geometrico.
Questa
metodologia non
porta ad una
soluzione soddisfacente, o
anche a
qualsiasi progresso
verso una risultato, ma il
valore del suo impegno
si
trova in questo tentativo
di estensione
ad
infinitum.
§
4 Contributo di Leonardo
alla
ricerca matematica
E
'nel regno della geometria
tridimensionale che
Leonardo raggiunto
il
suo più grande risultato:
la
determinazione della
posizione
del centro di
gravità di una piramide.
§
4.1 Un approccio
meccanico:
codice
Arundel,
foglio
218
v.
Il
passaggio alla geometria ridimensionale inizia con
lo
studio del
libro di Archimede
“De
planorum aequilibris”.
Leonardo
deve
essersi sentito a
proprio agio con metodo
sperimentale di Archimede,
dove le
superfici piane sono
considerati un
peso e sono
appesi alla
fine di
leve e
corde in
ordine per determinare la posizione
esatta
del
loro centro
di gravità. Archimede
si
occupa di superfici,
in particolare triangoli,
mentre
Leonardo estende
l'esperimento
ai
solidi, e
prima di tutto al
tetraedro regolare.
Sapendo
da
precedenti
studi la
posizione dei
centri di
gravità delle
facce del
solido, scopre
che "il
centro di gravità del
corpo di
quattro basi
triangolari si
trova all'incrocio
dei
suoi assi e
sarà nel
quarto
parte
della loro lunghezza
" (fig. 10).
La
generalizzazione di
questa scoperta porta
alla affermazione
che
"il centro
di gravità ogni piramide
-
rotonda, triangolare,
quadrata,
o
di qualsiasi numero
di lati -
si
trova nella parte quarta
del suo asse vicino
alla base."
Il
Codice
Arundel foglio
123V
vi
è un ulteriore teorema
in merito al tetraedro:
la
piramide con
base
triangolare ha
il centro della
sua gravità naturale
nel segmento che
si estende dal centro
della base [che
è
il punto medio di
un faccia] a metà
del lato
[cioè, della faccia]
di
fronte alla base,
ed
è situato sul
segmento equidistante
della
linea che unisce la
base con il
lato suddetto.
Da
questo breve studio delle opere di Leonardo nel campo della
matematica teorica sembra che stereometria e geometria solida siano
stati i settori in cui meglio si è espressa la capacità inventiva
di Leonardo, e questo è probabilmente dovuto alla sua abilità nella
rappresentazione tridimensionale, che gli ha permesso di ottenere una
visualizzazione precisa degli oggetti dei suoi studi. Tutti i fogli
dei vari codici sono pieni di schizzi prospettici che non sono
disegnati in conformità alla recentemente costituita “costruzione
legittima”, ma a seguito di una spontanea capacità di
rappresentare che spesso genera una sorta di disegnio
pre-assonometrico piuttosto che in prospettiva.
Su un piano più generale, possiamo concludere che Leonardo ha contribuito alla matematica e alla scienza nel periodo rinascimentale, dimostrando la potenza dello strumento di rappresentazione tridimensionale come un dispositivo di ricerca, tanto quanto uno strumento persuasivo.
La famosa serie di disegni dei solidi platonici - e non - che egli fece come illustrazioni per il libro del suo amico Luca Pacioli è semplicemente uno dei tanti esempi di questo senso.
Su un piano più generale, possiamo concludere che Leonardo ha contribuito alla matematica e alla scienza nel periodo rinascimentale, dimostrando la potenza dello strumento di rappresentazione tridimensionale come un dispositivo di ricerca, tanto quanto uno strumento persuasivo.
La famosa serie di disegni dei solidi platonici - e non - che egli fece come illustrazioni per il libro del suo amico Luca Pacioli è semplicemente uno dei tanti esempi di questo senso.
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