mercoledì 6 ottobre 2010

Riflessioni sulla matematica greca 2 / Un punto di vista particolare: Giacomo Leopardi



“La poesia e il pessimismo di Leopardi li considero la più bella espressione di quello che dovrebbe essere il credo di uno scienziato”. Parola nientemeno che di Bertrand Russell. Parola emblematica, che vede il grandissimo letterato, l’icona eletta del Parnaso italiano, l’autore dei Canti, dello Zibaldone, delle Operette Morali associato al mondo della scienza.



A soli 14 anni Giacomo, con il fratello Carlo, dà alle stampe un Saggio di chimica e di storia naturale; l’anno dopo, nel 1813 scrive la Storia dell’Astronomia cui fanno seguito le Dissertazioni fisiche, Dissertazioni sull’origine dell’Astronomia, il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi.



Arrivata l’età della ragione, poi, che per il poeta di Recanati coincide con il graduale approdo al “sentimento” e a tutta una poetica personalissima, Leopardi non cancella ex abrupto tutto il suo passato di homo
scientificus. Nello Zibaldone questo retaggio emerge continuamente tra riferimenti espliciti o allusioni indirette.



E la matematica? Qui il discorso si fa più articolato.
Nella produzione leopardiana infatti si trovano riferimenti alla matematica, non frequentissimi, di cui il più significativo è un passo dello Zibaldone in cui il poeta afferma che “Nulla di poetico si scopre quando si guarda alla natura con la pura e fredda ragione, quindi nulla di poetico potranno mai scoprire la pura e semplice ragione e la matematica”. Da questa affermazione sembra quasi che Leopardi nutra una
diffidenza “lirica” nei confronti della matematica, che si rafforza parallelamente all’evoluzione della poetica leopardiana, dall’ottimismo illuministico delle prime opere al pessimismo cosmico delle ultime.



Una diffidenza “lirica” che, nel caso della matematica dei Greci, sfocia in una sorta di “congiura del silenzio”, visto che della matematica antica Leopardi non parla direttamente. E il fatto stupisce dal momento che è ben noto quanto il mondo degli antichi, e dei Greci in particolare, sia stato così determinante nella poetica e nel sistema filosofico di Giacomo Leopardi.



Dice Leopardi: “Segno certo che l’universo è opera di un intelletto infinito. Ma sapete voi che dall’estensione e forza dell’intelletto dell’uomo, a un’estensione e forza infinita ci corre uno spazio infinito? L’intelletto umano non è atto a immaginare un piano come quello dell’universo. Ma un intelletto mille volte più forte ed esteso dell’umano potrà pure immaginarlo. Dite dunque un intelletto maggiore (…). Non arriverete mai ad un intelletto infinito e però mai ad un intelletto grande, se non relativamente, e però mai ad un intelletto divino”.
Afferma Laplace: “Se un’Intelligenza che, per un dato istante, conoscesse tutte le forze di cui è animata la natura e la situazione rispettiva degli esseri che la compongono, se di più fosse abbastanza profonda per sottomettere questi dati all’analisi, abbraccerebbe nella stessa formula i movimenti dei più grandi corpi dell’universo e dell’atomo più leggero: nulla sarebbe incerto per essa e per l’avvenire, come il passato, sarebbe presente ai suoi occhi. Lo spirito offre, nella perfezione che ha saputo dare all’astronomia, un pallido esempio di questa intelligenza”. 
Suscita stupore quanto i due passi corrano paralleli ma anche quanto siano destinati a non incontrarsi: in  Leopardi manca quella fiducia, ben tangibile in Laplace, nei progressi dello spirito che con l’astronomia pare aver raggiunto i confini di un’intelligenza certa e sicura. Il poeta non nega che la scienza e la tecnica portino al progresso. Ma questo non deve indurre nell’uomo la pretesa di avanzare nella conoscenza, anzi, gli svela soltanto, e sempre meglio, i propri limiti e condizionamenti.



Prendiamo in esame uno dei primi lavori, il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi. Scopo dell’opera è cercare la verità. Poiché il mondo è pieno di errori, dice il giovane poeta, “prima cura dell’uomo deve essere quella di conoscere la verità”. Ora, se “una volta si venerava superstiziosamente tutto ciò venia dagli antichi,
ora si disprezza da molti senza distinzione tutto ciò che ad essi appartiene”. Entrambi gli atteggiamenti sono sbagliati, secondo Leopardi. Continua infatti il poeta “gli antichi non andarono esenti dagli errori, i più grossolani; ma (…) il volgo dei moderni non cede loro quasi in verun conto. Non pochi anzi dei pregiudizi che regnavano un tempo sono anche al presente in tutto il loro vigore”.



Ma un profondo solco tra la propria visione filosofico-poetica e il retaggio del passato Leopardi lo traccia. Come dice Paolo Zellini “Leopardi dai Greci non eredita quello che era stato il grande antidoto al male d’infinito, la teoria della misura e l’arte di imbrigliare l’illimitato in una serie di rapporti, logoi limitati. La matematica greca aveva anche questo scopo. L’aritmetica, la geometria e la ‘logistica’ (o scienza algoritmica del rapporto) erano servite, oltre che a fondare le scienze matematiche in Occidente, a definire una sorta di profilo astratto del comportamento ideale, un riferimento utile alla vita dei sentimenti e perfino, come ci dice Platone alla ‘conversione’ dell’anima, o alla salvezza della nostra vita. La ‘logistica’ aveva a che fare, diceva Archita, con la sofia e i canoni del logismos, dell’arte di calcolare rapporti, entravano regolarmente nei
‘Dialoghi’ platonici come nell’‘Etica Nicomachea’ di Aristotele a bilanciare la vita dei sentimenti, contribuendo a definire una sorta di ‘scienza della misura’ del piacere e del dolore, un percorso che servisse a non perdersi nei contrari. Né bisogna pensare che il ‘giusto mezzo’ teorizzato da Aristotele fosse solo una ‘media’ tra gli opposti. Il ‘mezzo’ come punto di eccellenza ideale dell’etica era per Aristotele un ‘culmine’ o un ‘estremo’
ed era una prerogativa delle anime ‘grandi’. Per Leopardi, insomma, la via della misura non è percorribile.



Prosegue Zellini: “Ne segue che la stessa matematica non può giocare il ruolo complessivo che le era stato affidato dai Greci. La matematica, che cerca una misura per il grande, l’illimitato e lo smisurato finisce per togliere l’unico aspetto poetico e dilettevole per l’anima, che consiste in quella vaghezza, immaginazione e illusione che accompagnano di solito l’esperienza dell’infinito”. E che rappresentano gli elementi costitutivi della poesia leopardiana.


In sintesi la matematica, la scienza, le scienze non sono affatto estranee a Leopardi, anzi, fanno parte del suo faticato e ricchissimo corredo culturale. E probabilmente, anche se rare sono le dichiarazioni dirette, questo retaggio influì assai fortemente anche sul letterato, anche sul poeta, portandolo a riflessioni, pensieri, elaborazioni, l’abbiamo sottolineato, paralleli a quelli degli scienziati. Abbiamo anche visto che rispetto a loro il poeta si sentiva altro: ragioni stilistiche (lo stile della scienza così poco elegante, così lontano d a qu ello po etico po ssono essere state una discriminante non trascurabile). Ma soprattutto altre erano le conclusioni cui la scienza (e anche la matematica, compresa quella antica) portava. Conclusioni totalmente antitetiche al sistema filosofico leopardiano e alla poetica del grande recanatese. C’è infatti un punto su cui, proprio là dove forse le due strade potrebbero intersecarsi, avviene la separazione definitiva: l’infinito. Infinito, giano bifronte nella poetica leopardiana, aspirazione costante ma disseminata di limiti. Desiderio e impossibilità di realizzarlo. Contro i mali d’infinito gli antichi avevano trovato una soluzione, la misura, il logos appunto grazie a cui l’uomo riusciva a sollevarsi sopra i mali dell’infinito stesso. Per Leopardi questa strada non è percorribile perché toglie all’anima immaginazione, vaghezza e illusione indispensabili nell’esperienza dell’infinito. Così al logos, alla misura, egli contrappone l’a-logon, il canto, la poesia.

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